Validità del contratto quadro d’investimento sottoscritto dal solo investitore

La disciplina dei contratti bancari e finanziari, prevista ai sensi degli artt. 117 T.U.B. e 23 T.U.I.F., prescrive la forma scritta del contratto di investimento a pena di nullità dello stesso. La normativa in esame prevede una nullità c.d. “di protezione”, che può essere fatta valere dal solo cliente se ritenuta per lui vantaggiosa. In caso contrario, il cliente può agire per far dichiarare dal giudice la nullità degli interessi ultralegali, delle commissioni e delle spese addebitategli in costanza di rapporto; d’altro canto, l’investitore può far valere la nullità del contratto quadro privo di forma scritta e  far dichiarare la nullità di tutti gli ordini di investimento esecutivi di quello che si siano rivelati per lui sfavorevoli, con effetti restitutori e/o risarcitori a proprio vantaggio.

 

Con sentenza 898/18, depositata il 16 gennaio, la Corte di Cassazione è intervenuta sulla questione ex art. 374 comma 2 c.p.c relativa la validità o meno del contratto quadro prodotto in giudizio e recante la sola firma del cliente, sulla quale si era creato un acceso dibattito giurisprudenziale. Le Sezioni Unite hanno stabilito, infatti, la validità del contratto sottoscritto dal solo investitore.

 

La Suprema Corte è partita da un’analisi della ratio dell’art.23 T.U.I.F., la quale prevede a pena di nullità che i contratti relativi alla prestazione di servizi di investimento e accessori siano redatti per iscritto e che un esemplare sia consegnato ai clienti…”, stabilendo che si tratta di una nullità prevista nel solo interesse del cliente. La finalità della stessa, infatti, è quella di assicurare «la piena indicazione al cliente degli specifici servizi forniti, della durata e delle modalità di rinnovo del contratto e di modifica dello stesso, delle modalità proprie con cui si svolgeranno le singole operazioni, della periodicità, contenuti e documentazione da fornire in sede di rendicontazione, considerandosi che è l’investitore che abbisogna di conoscere e di potere all’occorrenza verificare nel corso del rapporto il rispetto delle modalità di esecuzione e le regole che riguardano la vigenza del contratto, che è proprio dello specifico settore del mercato finanziario».

Se questa è la ratio, prosegue la Corte, il vincolo di forma deve essere inteso secondo quella che è la funzione propria della norma e non automaticamente secondo la disciplina generale della nullità.

 

Risulta valido, quindi, quel contratto quadro che rechi la sola sottoscrizione del cliente e la successiva consegna della relativa copia, non essendo più necessaria la sottoscrizione dell’intermediario, che può essere desunta da comportamenti concludenti tenuti dallo stesso. Tale lettura risulta in linea con i principi dell’ordinamento europeo, in riferimento alle direttive Mifid1 e Mifid2 attuate con Dlgs 129/2017.

 

Il principio espresso dalle Sezioni Unite, nonostante si riferisca ad un contratto di intermediazione finanziaria, deve ritenersi applicabile anche ai contratti bancari, considerata la sostanziale identità di disciplina e di ratio di protezione del cliente degli artt. 23 T.U.F. e 117 T.U.B.  secondo la  qualei contratti sono redatti per iscritto e un esemplare è consegnato ai clienti“.