Operazioni di Leveraged buy-out: elusione e deducibilità degli interessi passivi

La Cassazione, con sentenza n. 868 del 16/01/2019, ha confermato la non elusività delle operazioni di riorganizzazione aziendale che hanno come conseguenza un carico fiscale inferiore. Spetta al Fisco, nel caso, dimostrare che il beneficio fiscale è l’unico scopo dell’operazione e la sussistenza di un intento fraudolento.

Nel caso esaminato dalla Suprema Corte, a seguito di un’operazione di Leveraged buy-out (LBO) interveniva la sostituzione di un socio al 50% di una società target con due nuovi soci, senza però alcun cambio di controllo, almeno di diritto, ai vertici della società stessa. L’Agenzia delle Entrate contestava alla multinazionale l’acquisto di un pacchetto azionario di una controllata ricorrendo a un prestito bancario nonostante i bilanci positivi e la possibilità di operare una cessione diretta delle quote. Per l’Ufficio, essendo una società florida, non sarebbe dovuta ricorrere a un finanziamento come tale deducibile e dunque fiscalmente più conveniente. La posizione dell’Amministrazione finanziaria, espressa con la Circolare n. 6/2016, era quella di ritenere elusive le operazioni LBO solo laddove “si riscontrino specifici profili di artificiosità, come nel caso in cui all’operazione abbiano concorso i medesimi soggetti che direttamente o indirettamente controllano la società target”.

Tuttavia, per i giudici tributari l’ingresso di due nuovi soci finanziatori può costituire una valida ragione economica dell’operazione tanto da renderla non contestabile dal Fisco sul piano dell’elusività. Con riferimento ai processi di ristrutturazione e riorganizzazione aziendale effettuati nell’ambito di gruppi di imprese, come le operazioni di Leveraged buy-out, la Corte di Cassazione ha rilevato che “il divieto di comportamenti abusivi, fondati sull’assenza di valide ragioni economiche e sul conseguimento di un indebito vantaggio fiscale, non vale ove quelle operazioni possano spiegarsi altrimenti che con il mero conseguimento di risparmi di imposta poiché va sempre garantita la libertà di scelta del contribuente tra diverse operazioni comportanti anche un differente carico fiscale”.

Inoltre i Giudici della Suprema Corte hanno ribadito un orientamento oramai consolidato (cfr. Sentenza n. 19430/2018) secondo cui “gli interessi sono sempre deducibili, anche se nei limiti della disciplina dettata dal D.P.R. n. 917/1986, art 63 [oggi art. 96]”. Sul punto, la Circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 6/2016 ha riconosciuto l’inerenza degli interessi passivi generati in tali operazioni, ammettendone la deducibilità nei limiti del 30 per cento del ROL.

Si evidenzia che vi è anche un orientamento opposto della Cassazione secondo cui la deducibilità degli interessi passivi risulta invece subordinata, al pari di quella di qualsiasi altro costo, al giudizio di inerenza, e dunque alla circostanza che detti interessi si riferiscano a finanziamenti contratti per la produzione di specifici ricavi (cfr. Cass. Sentenze nn. 7292/2006, 24930/2011 e 4115/2014).