Ruolo e qualificazione dell’amministratore di società di capitali

L’organo gestorio di una società di capitali, indipendentemente dal modo in cui sia strutturato – CdA, AU, amministrazione congiunta o disgiunta – è il perno dell’intera governance societaria.

Probabilmente è l’importanza del ruolo svolto che ha attirato l’attenzione della giurisprudenza e della dottrina che negli ultimi anni si è caratterizzata per un acceso dibattito sulla qualificazione giuridica della natura del rapporto che lega l’amministratore alla società che è chiamato a gestire.

Tralasciando alcuni orientamenti dottrinali minoritari o risalenti nel tempo (come quello che assimila l’amministratore al mandatario o quello ancora più isolato che lo qualifica come lavoratore dipendente), a partire dalle SS.UU. n. 10680/94 la giurisprudenza, sino ad allora divisa tra la teoria dell’immedesimazione organica e quella del rapporto negoziale autonomo, si orientava a favore di quest’ultima soluzione argomentando, in estrema sintesi, circa la soggezione dell’amministratore ad un’attività di eterodirezione da parte dei soci (ricostruzione che, in verità, non è mai stata accettata dalla dottrina più illuminata ed attenta).

La qualificazione giuridica della natura del rapporto gestorio è una questione tutt’altro che meramente teorica. Da essa dipende infatti l’individuazione del giudice competente a decidere sulle controversie che riguardano il rapporto stesso (giudice del lavoro, Tribunale civile ordinario e, oggi, la Sez. Impresa), ma anche il limite massimo del compenso pignorabile (quindi l’applicazione o meno dei limiti di cui all’art. 545 c.p.c., co. 4).

Il giorno successivo all’entrata in vigore della grande riforma del diritto societario del 2003, ci si è subito resi conto che una simile impostazione non è più compatibile con i poteri, l’autonomia, i diritti e gli obblighi che il nuovo panorama legislativo attribuisce agli amministratori nell’espletamento del loro incarico. Ne costituisce forse uno degli esempi più esplicativi l’impossibilità di riservare statutariamente all’assemblea poteri gestori, essendo limitato il potere gestorio della stessa al potere di autorizzare l’organo gestorio a compiere determinati atti.

Pertanto, la funzione nomofilattica che la sentenza del ’94 era riuscita ad esercitare nel decennio successivo inizia a perdere forza, generando così un nuovo scontro tra orientamenti diversi da parte dei giudici di merito.

L’incertezza interpretativa, nonché la rilevanza sociale ed economica della vicenda, ha portato da ultimo la terza sezione della Corte Suprema a rimettere nuovamente la vicenda alle Sezioni Unite nel 2015.

Con la sentenza n. 1545 del 2017 la Suprema Corte riunitasi in seduta plenaria ha totalmente stravolto il vecchio orientamento di legittimità, inquadrando il rapporto all’interno dei “rapporti societari” cui fa riferimento anche l’art. 3, co. 2, lett. a), D.lgs. 168/2003 per delimitare la competenza per materia delle Sezioni Specializzate in materia di impresa (tra l’altro, il cambiamento di rotta degli ermellini non è certamente un fulmine a ciel sereno nel panorama giurisprudenziale, posto che costituisce la coronazione di recenti orientamenti di legittimità, pronunciati rispettivamente negli anni 2014, 2015 e 2016, di cui condivide le argomentazioni).

In questa logica organica di “rapporto societario”, caratterizzato dall’assenza di due autonomi centri di imputazione di interessi tra i quali instaurare un rapporto contrattuale, l’amministratore rappresenta un organo vitale per la società e perciò riceve i propri poteri gestori direttamente dalla legge in via originaria (analogamente a quanto accade per l’assemblea dei soci). Come precisano gli ermellini, si tratta infatti di poteri “non avocabili, né disponibili, né limitabili ad opera dell’assemblea dei soci”.

L’attuale panorama giurisprudenziale, in linea con quello legislativo, impone quindi di deferire al Tribunale delle Imprese la competenza relativa alle controversie che coinvolgono gli amministratori i cui compensi, pertanto, saranno pignorabili senza i limiti previsti dall’art. 545 c.p.c., co. 4 (salvo la parte che potrebbe derivare da un rapporto di lavoro dipendente che, come la Suprema Corte insegna, è parallelamente compatibile con il ruolo di amministratore).

Il principio di immedesimazione organica dell’organo amministrativo è stato poi fatto proprio dalla giurisprudenza di merito; com’è testimoniato, ad esempio, dalla recente sentenza n. 6628/2018 della Sezione Imprese del Tribunale di Milano, da sempre punto di riferimento della giurisprudenza di merito italiana in materia di impresa.