Assoggettabilità alle procedure concorsuali degli enti non commerciali

Pur non avendo finalità lucrative, gli enti non commerciali possono esercitare attività economiche finalizzate al raggiungimento dello scopo istituzionale, in conformità alla legge ed al proprio statuto.

Di conseguenza, se l’attività in questione riveste i requisiti di professionalità ed organizzazione previsti dall’art. 2082 del Codice Civile e rientra tra le attività elencate dal successivo art. 2195, si sarà in presenza di un’impresa commerciale.

Mentre in origine la dottrina aveva tendenzialmente escluso l’assoggettabilità alle procedure concorsuali degli enti non commerciali, sul presupposto che il divieto di ripartire gli utili escludesse di fatto che la loro attività potesse tradursi in prestazioni economicamente rilevanti riconducibili alla nozione codicistica di impresa commerciale, si è in seguito affermato fra gli interpreti l’orientamento opposto, in base al quale, pur nell’ambito dei propri fini statutari, anche l’ente non profit può esercitare attività di natura commerciale, a nulla rilevando l’assenza di scopo di lucro (prevista dal codice per il contratto di società ex art. 2247 c.c.), e prevalendo, piuttosto, la qualifica – e nozione – di imprenditore.

Negli ultimi anni, la giurisprudenza di merito e di legittimità ha infatti ribadito che lo scopo di lucro (cd. lucro soggettivo, inteso quale scopo egoistico a cui è finalizzata l’attività economica posta in essere) non è elemento essenziale per il riconoscimento della qualità di imprenditore commerciale, posto che è individuabile attività di impresa tutte le volte in cui sussista una obiettiva economicità dell’attività esercitata, intesa quale proporzionalità tra costi e ricavi (cd. lucro oggettivo).

Come efficacemente ribadito anche di recente, dalla Corte di Cassazione, ai fini della “qualificazione di un’impresa come commerciale, ciò che rileva, accanto all’autonomia gestionale, finanziaria e contabile, è invero il perseguimento di un c.d. lucro oggettivo, ossia il rispetto del criterio di economicità della gestione, quale tendenziale proporzionalità di costi e ricavi, in quanto questi ultimi tendano a coprire i primi (almeno nel medio-lungo periodo).

La nozione di imprenditore ai sensi dell’art. 2082 c.c. va intesa in senso oggettivo, dovendosi riconoscere il carattere imprenditoriale all’attività economica organizzata che sia ricollegabile a un dato obiettivo inerente all’attitudine a conseguire la remunerazione dei fattori produttivi, rimanendo giuridicamente irrilevante lo scopo di lucro, il quale riguarda il movente soggettivo che induce l’imprenditore ad esercitare la sua attività […] Persino il fine altruistico, infatti, non pregiudica il carattere dell’imprenditorialità dei servizi resi, qualora quest’ultimi vengano organizzati in modo che i compensi per essi percepiti siano adeguati ai relativi costi, onde questa Corte ha affermato la natura commerciale di un’attività, anche se svolta in modo che i compensi non eccedano i costi, dato che ai fini della valutazione del carattere imprenditoriale di un’attività economica organizzata per la produzione e lo scambio di beni o servizi rimangono giuridicamente irrilevanti sia il perseguimento o no di uno scopo di lucro, sia il fatto che i proventi siano destinati ad iniziative connesse con gli scopi istituzionali dell’ente” (così Cass. sent. n. 6835/2014).

Tanto precisato in termini di assoggettabilità, è qui solo il caso di aggiungere che la questione si porrà in termini diversi a seconda che la procedura (e, se del caso, il fallimento) riguardi enti dotati di personalità giuridica o privi della medesima: infatti, in caso di fallimento di un ente riconosciuto non è tradizionalmente configurabile l`estensione della dichiarazione di fallimento agli amministratori, né tantomeno agli associati; viceversa il fallimento di un`associazione non riconosciuta, potrebbe portare a determinare anche il conseguente fallimento personale dei soggetti che hanno agito in nome e per conto dell`ente (nel rispetto dell`art. 38 del Codice Civile), se non anche, ove l’ente mascheri in realtà una società di fatto, il fallimento personale di tutti gli associati per le obbligazioni dell’ente dichiarato fallito.